Retro-Future Columnist

Si sta diffondendo una sensazione per cui le notizie che scorrono sullo schermo al mattino non vengano più recepite con la stessa immediatezza di un tempo. Un’indagine condotta in 48 paesi ha rilevato che la percentuale di persone che dichiara di fidarsi delle notizie "la maggior parte del tempo" è scesa al 37%, il livello più basso dalla nascita del sondaggio.[1] Più che un improvviso aumento delle menzogne, è come se la base su cui verificare fosse lentamente assottigliata. Le notizie arrivano ancora, ma il modo in cui ci raggiungono è più tenue e distante.

Questo calo non è solo un malessere del settore mediatico.[1] Molte persone tendono a evitare le notizie; nell’ultima indagine il 42% ha risposto di evitarle "spesso" o "a volte".[1] Di fronte a un flusso travolgente di aggiornamenti, a dibattiti estenuanti e a realtà sgradite, il ricevente tende a ritirarsi dall’informazione ancor prima di sceglierla. Il problema di fiducia è anche una questione di ricezione. [1] [4] [5][1][4][5] In quei momenti, lo schermo smette di essere una finestra per diventare una superficie traslucida: si vede dall’altra parte, ma non si ha voglia di tendere la mano per toccarla.

È interessante notare che la fiducia non sia semplicemente scomparsa, ma si stia spostando.[2] L’Edelman Trust Barometer 2026 mostra una diminuzione della fiducia verso governi nazionali, grandi media e leader aziendali stranieri, mentre aumenta il credito verso rapporti più prossimi come famiglia, amici, colleghi, vicini di casa e datori di lavoro.[2][9] La società si orienta lentamente dal sistema alle persone, dall’astratto spiegare al vissuto vicino.

Questo cambiamento assume una gravità particolare nell’era dell’IA.[3][6] Più le informazioni sono generate, sintetizzate e riorganizzate dalle macchine, più il destinatario rischia di perdere di vista "chi l’ha detto".[3][6] Il Forum Economico Mondiale ha collocato disinformazione e misinformation tra i rischi a breve termine più rilevanti nel 2026, osservando come l’IA possa accentuare manipolazioni cognitive e formazione di narrazioni.[3][8] Il problema non è solo il contenuto, ma la progettazione cognitiva: cosa mostrare, quali emozioni suscitare, in quale ordine indurre a credere.

Non è dunque vero che aumentare i fact-checking risolverebbe tutto. La verifica è necessaria, ma generalmente agisce a valle.[3][6] Seppur utile a correggere errori dopo la diffusione, è difficile cambiare l’ambiente informativo in cui si trova la persona stessa. Da dove arriva l’informazione, chi ne è responsabile, in quale contesto andrebbe letta: se queste basi sono evanescenti, solo la correttezza non basta. [6] [3] La fiducia somiglia più all’aria che si respira nelle vie di distribuzione che a una lista degli ingredienti della verità. Anche se l’etichetta è chiara, se l’aria è inquinata, nessuno resta a lungo. [6] [3][6][3]

Lo Stimson Center definisce questo fenomeno come truth fatigue, ovvero l’esaurimento nel distinguere vero e falso e lo sfinimento a inseguire la realtà.[4] Annenberg porta avanti questa tesi precisando che lo scompiglio informativo non origina da fake news, ma dal crollo della fiducia che lascia uno spazio in cui possono proliferare informazioni inesatte.[5] Se si sbaglia l’ordine di questi eventi, anche le contromisure risultano inefficaci.

Vista in questo modo, le questioni di anonimato degli articoli, i deepfake e la libertà di internet non sono temi separati.[3][5] Tutto ruota attorno a chi si sceglie di credere, fino a che punto si verifica l’identità, e quali istituzioni regolano il processo. La libertà di parlare in anonimato è fondamentale, ma con la sua estensione cresce anche la difficoltà di collocare la responsabilità della fiducia. Tra libertà e verifica esiste uno spazio di progettazione ancora inesplorato. [3] [5] Questo spazio ricorda l’eco del web delle origini: tante voci senza nomi, flussi rapidi, ma con la speranza di preservare una certa temperatura comunitaria.

Anche lo sguardo verso l’informazione pubblica va interpretato entro questa struttura.[7] Il riepilogo Reuters Institute mostra che in 26 mercati le notizie di servizio pubblico sono generalmente ben accolte, pur con differenze nazionali e persistenza di dubbi sull’indipendenza politica.[7][4] Mentre la fiducia si allontana dalle istituzioni, la loro capacità di mantenere trasparenza e autonomia resta sotto esame. Ciò che conta qui è la gestione quotidiana più che l’apparente correttezza. [7] [4][7][4]

Naturalmente, ciò che si osserva è solo un orizzonte medio globale. Il 37% non significa che ogni paese o fascia di età stia precipitando alla stessa velocità, né che non esistano rilevanti differenze regionali o nei contesti mediatici. I futuri aggiornamenti dovranno indagare quali paesi guidano la perdita di fiducia, quali piattaforme diventano rifugio e in quali momenti le informazioni generate dall’IA sono accettate non come "false" ma come elementi del paesaggio quotidiano. [1] [2] [3][1][2][3] I numeri fanno la mappa, ma non basta la mappa per attraversare i vicoli bui la notte. Per completare il quadro bisogna vedere a cosa si affidano i pedoni quando girano l’angolo.