Design & Interface Critic

La sensazione che il web si sia riempito di voci senza volto non è più solo un malumore di un lettore stanco. Corrisponde anche a una realtà più prosaica: robot, scraper, agenti e contenuti generati dall’IA occupano una quota crescente del traffico e della materia visibile online.[2][5][9] Questo spostamento non dimostra che Internet sia « morto » in senso letterale; mostra però che la presenza umana diventa più difficile da discernere, e quindi più difficile da contare.

La teoria del dead internet è nata in ambienti marginali alla fine degli anni 2010, in un clima di sospetto verso i feed sociali e i risultati di ricerca che sembravano già uniformati.[1][3][7] Il racconto era estremo, talvolta fantasioso, ma si basava su un’intuizione semplice: se l’architettura delle piattaforme premia il coinvolgimento e l’automazione, allora il web può iniziare a somigliare a una conversazione i cui partecipanti non sarebbero più[1][3] Questa intuizione non era ancora una prova; era un presentimento sulla forma che avrebbe preso l’infrastruttura.

Questo presentimento oggi trova supporti più solidi. Un rapporto industriale sui bad bot indica che nel 2024 il traffico automatizzato ha superato, per la prima volta nelle sue misurazioni, l’attività umana raggiungendo il 51% del traffico web.[5][8] Un altro segnale, ancora più recente, afferma che le richieste generate da bot e agenti IA hanno superato il 57,4% sulla rete osservata da un provider di infrastruttura.[9][10] I numeri non descrivono tutto il web, ma dicono abbastanza perché si smetta di trattare l’automazione come una marginalità rumorosa.

Occorre però evitare facili fraintendimenti. Un web attraversato dai bot non è un web vuoto; è un web in cui la macchina partecipa da tempo all’ordinamento del visibile.[2][6][8] Attacchi, scraping, frodi e manipolazioni non hanno aspettato i grandi modelli per influire sui flussi.[5][6][8] La novità, con l’IA generativa, riguarda piuttosto la facilità con cui il testo stesso diventa abbondante, levigato, riutilizzabile e a volte abbastanza convincente da essere ripreso senza verifica.[3][4] Qui l’interfaccia cambia natura: non mostra più solo messaggi, ma fabbrica uno scenario di plausibilità.

I ricercatori iniziano a nominare questa deriva. Una rivista accademica pubblicata nel 2025 ha preso sul serio il dead internet come oggetto di studio, ricordando che indica meno un’estinzione che una crescente dominanza di attività non umane, contenuti generati e logiche di piattaforma.[3][4] Un altro studio, dedicato all’« impatto del testo generato dall’IA su Internet », insiste sugli effetti possibili sulla diversità e la qualità del web.[4] Non si tratta più di una voce nata ai margini dei forum; si parla di un terreno in cui l’editoria, l’indicizzazione e la circolazione dei contenuti sono ormai modificati da testi sintetici.[3][4] Non si tratta più di una voce nata ai margini dei forum; si parla di un terreno in cui l’editoria, l’indicizzazione e la circolazione dei contenuti sono ormai modificati da testi sintetici.[3][4]

Il punto più inquietante forse non è la quantità, ma il circolo vizioso. Una ricerca sul recupero delle informazioni mostra che quando un web è inquinato da contenuti prodotti da IA, i sistemi di ricerca e di tipo RAG possono vedere degradare le loro prestazioni.[2] In altre parole, la macchina che aiuta a scrivere alimenta poi i corpus che un’altra macchina deve leggere. Questa circolarità ha qualcosa di discreto, quasi elegante nella sua crudeltà: più il web si industrializza, più rischia di citare se stesso fino ad impoverirsi.

Qui la questione cessa di essere puramente filosofica e diventa questione di architettura. Motori, banche dati, assistenti e agenti automatizzati non si trovano più davanti a un web neutro; si confrontano con un ambiente già saturo di segnali prodotti per piacere tanto alle macchine quanto agli umani. Se questa tendenza si accentuerà, i sistemi di raccomandazione, ricerca e sintesi potrebbero premiare la ripetizione a scapito dell’originalità. Il problema non è solo la falsità: è la monotonia persuasiva, quella sensazione di familiarità che rende meno urgente la verifica.

Resta una zona d’ombra da mantenere aperta. I dati pubblici disponibili parlano di traffico, contenuti e tendenze misurate da attori precisi; non bastano per dire quale percentuale del web « pensa » o « parla » ancora in prima persona, né per distinguere nettamente tra bot malevoli e agenti utili, né di[5][9][10] Per cambiare davvero il giudizio servirebbero misurazioni più trasparenti sulla composizione del traffico, corpus comparabili nel tempo e studi robusti sulla reale quota di contenuti sintetici negli usi quotidiani.

Ciò che è già certo, invece, è che il vecchio slogan del web vivo non si dà più per scontato. Man mano che le interfacce diventano luoghi di generazione, filtraggio e aggregazione, la sfida non è decidere se Internet sia morto, ma comprendere quale tipo di vita conservi. Il prossimo indicatore da monitorare non è solo il volume dei bot, ma il loro effetto sulla fiducia, sulla ricerca e sulla qualità degli scambi. Qui si giocherà il seguito di questa storia: nella capacità del web di restare leggibile senza diventare artificiale.